Forum della Lombardia di Unicredit – Edizione 2013

Forum della Lombardia di Unicredit – Edizione 2013

Intervento dell’avv. Nicla Picchi, introduttivo al FORUM DELLA LOMBARDIA di Unicredit, Milano, Edizione del 2013.

In qualità di Presidente del Consiglio di Territorio della Lombardia ho l'incarico, e l'onore, di aprire i lavori di questa mattinata.
I Consigli di Territorio - come la maggior parte di voi certamente sa - sono strutture indipendenti, create da Unicredit per rafforzare la relazione tra banca e territorio; in pratica, rappresentano un canale di ascolto e uno spazio di confronto sulle dinamiche territoriali, ed anche un "laboratorio", nel quale sperimentare nuove progettualità, determinate congiuntamente tra la Banca e i rappresentanti del Territorio
Il Consiglio, tra le altre cose, è anche il soggetto promotore e "animatore" di questa iniziativa.
Quando, con la nostra Regional Manager (la bravissima Monica Cellerino) e il suo staff, abbiamo iniziato a ragionare su quale avremmo voluto fosse il tema conduttore di questo primo Forum della Lombardia, abbiamo scartato subito l'idea di muoverci con un approccio settoriale: l'economia della nostra regione è troppo articolata per essere adeguatamente rappresentata dalle vicende di uno specifico settore. Anche in seno al Consiglio ci siamo trovati tutti d'accordo sul fatto che avremmo dovuto individuare un tema che potesse fungere da stimolo per attori economici molto diversi tra loro, sia per ambito di attività, che per dimensioni, per struttura organizzativa, per mercati di riferimento.
Riflettendo su temi "trasversali" quali l'internazionalizzazione, l'innovazione tecnologica, la digitalizzazione, l'e-commerce, ci siamo resi conto che - a ben guardare - hanno tutti un denominatore comune, che è il fatto di essere il risultato finale di un processo di cambiamento delle imprese (di una metamorfosi, come avrebbe poi detto Aldo Bonomi ...), che è in primo luogo culturale.
Di recente ho visto raccontare, in una trasmissione televisiva, la storia di una piccola impresa familiare che per quarant'anni ha prodotti viti - qui in Lombardia - e che di recente si è trasferita in Moldavia, perché nel nostro paese non aveva più futuro. La seconda generazione (fratello e sorella) aveva portato avanti l'attività di famiglia fino a quando era stato possibile, e alla fine aveva scelto la via della delocalizzazione.
Questi giovani imprenditori puntavano il dito, e giustamente, sulle malattie croniche del nostro sistema: le complicazioni burocratiche, il peso del fisco e degli oneri sociali, il senso di solitudine - quando non di abbandono - che spesso vivono molti imprenditori, specie in questi anni di crisi.
Ma al fondo, anche se rimaneva sottotraccia, nelle loro parole si poteva leggere in modo chiaro una richiesta: quella di ritrovare le condizioni che consentissero loro di continuare a fare impresa allo stesso modo in cui l'aveva fatta la generazione precedente, quel modo che per tanti anni aveva funzionato benissimo, e che adesso non funziona più.
Ascoltando la loro storia mi è venuto spontaneo pensare ad un'altra piccola impresa familiare della nostra regione - che conosco per motivi professionali - affine alla prima per tipologia di produzione di partenza, e che oggi, sotto la guida della seconda generazione (anche qui fratello e sorella) realizza minuteria tornita di precisione, che esporta in molti paesi del mondo. Questa impresa ha attraversato una metamorfosi impegnativa (organizzativa e tecnologica) che si è tradotta in un grande salto qualitativo che l'ha portata ad inserirsi in nuove filiere produttive (medicale, telecomunicazioni, automotive). Sono certa che questa impresa ha un futuro. E ce l'ha qui in Italia, malgrado tutti i limiti e i mali cronici del nostro sistema.
Questo esempio ci avvicina ad uno dei concetti chiave per cercare di decifrare le metamorfosi in atto nella nostra regione - e negli attori economici e sociali che la animano - vale a dire quello di "evoluzione della competitività".
Per alcuni decenni il nostro Paese è stato caratterizzato da quella che potremmo chiamare una competitività "di sistema" (che era dovuta a diversi fattori ben noti, tra i quali anche il meccanismo - rimpianto da alcuni - delle periodiche svalutazioni della moneta).
Da parecchi anni questo "ambiente competitivo" si è andato progressivamente sgretolando, e il risultato è che da una competitività "di sistema", legata in larga parte a fattori esogeni alle singole imprese, si è passati ad una competitività "di impresa", che è invece legata a fattori endogeni a ciascuna azienda.
Questo spiega il fatto che, in questo momento, assistiamo contemporaneamente (nella nostra regione come nel resto del paese) da un lato ad un'impressionante moria di aziende, dall'altro ad avventure imprenditoriali di successo, che non solo sopravvivono, ma si consolidano, e crescono.
Le imprese che "ce la fanno" sono quelle che hanno saputo in primo luogo individuare, e poi tradurre in pratica, i propri fattori endogeni di competitività. Fattori che variano da azienda ad azienda: per qualcuna può essere una modalità innovativa di distribuzione, per altre l'aggiunta di una serie di servizi che incrementano il valore del prodotto, per altre ancora può essere lo sviluppo di una nuova tecnologia, o magari una nuova capacità di comunicare.
Per questo a nostro avviso è importante focalizzare l'attenzione, più che sul risultato finale al quale queste imprese sono giunte (perché la soluzione adottata dall'una può non essere quella giusta per l'altra), sul loro processo di metamorfosi, inteso come momento di ridefinizione della propria strategia competitiva, in un contesto nel quale i fattori esterni, di sistema, hanno cessato da tempo di determinare un ambiente favorevole alla competitività.
L'esito di questo processo è strettamente correlato anche con due temi importanti e ampiamente dibattuti: quello della delocalizzazione produttiva e quello dell'internazionalizzazione. L'impresa che non è in grado di affrontare le metamorfosi imposte dall'attuale contesto, persegue nel tentativo di ritrovare fattori esogeni che le consentano un recupero di competitività, e può ritrovarli solo delocalizzando la sua produzione in paesi che riproducano, sostanzialmente, le condizioni che caratterizzavano il nostro sistema economico decenni fa.
Le imprese che "ce la fanno", invece, hanno la potenzialità intrinseca di affacciarsi sui mercati internazionali, e in questo possono beneficiare dell'ultimo fattore esogeno di competitività, di grande importanza, che ancora ci rimane a livello di sistema: il "made in Italy", inteso come lo straordinario potere evocativo della manifattura italiana di qualità, che per il momento ancora funziona in tutto il mondo e affonda le proprie radici nel tempo più lontano (e qui cito Edoardo Nesi) "in quell'irripetibile momento di commistione tra arte e vita che fu il Rinascimento fiorentino, quando grazie a Lorenzo de’ Medici nacque e si perpetuò l’idea che dentro gli italiani alberghi una specie di geniale spirito artistico che li rende unici per la capacità di ispirarsi all'arte e farla scendere sulla terra sotto forma di artigianato sublime e ineguagliato.
La metamorfosi delle imprese, intesa come il processo di ridefinizione delle loro strategie competitive, è tema che assume rilevanza centrale anche nel rapporto tra banche e attori economici, perché strettamente correlato con l'inevitabile selezione del credito che le prime sono chiamate ad effettuare - per non compromettere la stabilità complessiva del sistema finanziario - e la conseguente necessità, sempre più imprescindibile, che le banche affinino al meglio la loro capacità di leggere la "vitalità" di una impresa, rappresentata proprio dai suoi fattori endogeni di competitività.
Avviandomi alla conclusione, mi sembra importante segnalare l'emergere di una tendenza che si è manifestata in modo netto nelle riflessioni e nelle proposte dei rappresentanti del territorio presenti nel nostro Consiglio, perché potrebbe tratteggiare una direzione a mio avviso molto interessante del processo di metamorfosi in atto: è emersa una domanda di forme di premialità - tutte da studiare naturalmente, e non rivolta unicamente alla banca - che incentivino una maggiore etica nella conduzione degli affari. Che si tratti dell'adozione di termini ragionevoli di pagamento nei confronti dei propri fornitori (tema caro al nostro consigliere Manzoni, e subito condiviso da tutti i membri), o di una maggiore sensibilità ai temi dello sviluppo sostenibile, o di forme di maggiore responsabilizzazione e coinvolgimento della filiera da parte dell'impresa leader, mi sembra di cogliere in ciò un mutamento culturale che dall'individualità va nella direzione di una maggiore consapevolezza del ruolo sociale dell'impresa in molte delle sue declinazioni. Una disponibilità - direi quasi un desiderio di partecipazione agita a beneficio del sistema paese - che rappresenta una tendenza da seguire con attenzione.